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Rientrai a casa in uno stato di eccitazione molto evidente.
Mia moglie me ne chiese la ragione temendo che mi fosse capitato
qualcosa di spiacevole o che avessi appreso qualche brutta
notizia. Invece, niente di tutto questo.
L’eccitazione nasceva dall’invito che mi avevano rivolto
gi attuali dirigenti di scrivere un saggio sulla Società
Operaia di Mutuo Soccorso. La Società, nel 1997,
compirà 120 anni dalla sua istituzione e, secondo loro,
un modo adeguato alla ricorrenza sarebbe quello di raccontarne
la storia. Non avevo dato una risposta affermativa, ne respinto
la proposta; avevo detto solo che ero lusingato e che mi occorreva
un po’ di tempo per decidere. Ma , in cuor mio, avevo già
deciso di accettare, sicuro che avrei affrontato l’impegno
con entusiasmo. In quel momento non mi ponevo affatto le
difficoltà obiettive che la ricostruzione di 120 anni
di storia di quel sodalizio avrebbe comportato.
Risalire al 1877, ad appena 16 anni dall’unificazione dell’Italia
ed a 29 anni dalla fine della dominazione dei Conti Acquaviva-d’Aragona,
ripercorreva la storia di quei lontani tempi, indagare sul
clima sociale, economico e culturale di quell’epoca non si
presentava come un’opera facile. Ma io pensavo all’occasione
che mi veniva offerta: parlare della mia città e dei
miei concittadini con un tema dissimile da quelli nei quali
mi ero cimentato nei lavori precedenti. Ero convinto che,
scrivendo di quella Società, avrei non solo offerto
uno spaccato della storia passata, ma fatto emergere anche
quei valori che furono alla base dello slancio solidaristico
che animò le Società Operaie di Mutuo Soccorso
e di cui ai nostri giorni si è perduto traccia.
Mia moglie, quando seppe il motivo della mia eccitazione,
mi invitò subito alla prudenza:” Aspetta a dare una
risposta” disse “valuta attentamente le difficoltà cui
andrai incontro giacchè dovrai approfondire una quantità
di aspetti, da quelle sociali e quelli economici, politici,
amministrativi che quelle Società volevano diffondere
tra i loro adepti.”
Seguitando a parlare, specificò meglio
le sue perplessità. “Non si tratta di scrivere la storia
di un’associazione, com’è noto per l’Università
Popolare* riferita ad un breve periodo di tempo e, per di più,
contemporaneo al nostro” mi disse “ma di una Società
che affonda le sue radici nell’ultimo quarto di secolo dell’800
, nata in un contesto sociale, civile ed economico molto diverso
da quello che si sviluppò l’Università Popolare.
Inoltre, per quel che un tempo mi riferiva nonno Giuseppe (trattasi
del Sig. Giuseppe Marangelli – Maestro muratore -, dapprima
socio poi componente il Consiglio ed infine presidente della
Società Operaia di Mutuo Soccorso di Conversano nell’anno
1919. Fu protagonista della vita della Società fino
al 1927.) le Società Operaie di Mutuo Soccorso
erano disciplinate da una legge di Stato e, per questo, sottoposte
ad una serie di obblighi!”.
“Non vorrei” concludeva mia moglie, molto saggiamente,
“che ti imbattessi in difficoltà insuperabili e dopo
aver accettato l’incarico fossi costretto a rinunciarvi!”. Mia
moglie, in pratica, mi richiamava alla realtà, invitandomi
ad una prudenza, di cui non le avevo dato prova con il mio
stato di eccitazione. Non nascondo che il suo invito mi
indispose. Speravo di avere un pieno incoraggiamento, e, invece,
frenava il mio entusiasmo. Con questi contrastanti pensieri,
alla fine, andai a letto. Speravo che un sonno ristoratore
mi avrebbe fatto considerare la proposta sotto una luce diversa,
e che l’invito alla cautela avrebbe preso il sopravvento sulla
mia decisione. E, invece la notte…..!
Non riuscivo a prendere sonno, l’eccitazione continuava
e non facevo altro che girarmi e rigirarmi nel letto, nella
vana ricerca di trovare modo di acquetarmi e, quindi, di addormentarmi
senza l’aiuto della conta…..delle pecore. Ma, per quante posizioni
provassi nessuna era risolutiva: se stavo su un fianco mi faceva
male il fegato, se mi giravo sull’altro lo stomaco mi comprimeva
il cuore accrescendo lo stato ansioso, se mi mettevo con la
faccia sul cuscino erano il naso e la bocca a dolermi ed a
ribellarsi!
Non volevo ammettere che ormai il cervello aveva ricevuto
un impulso e che stava lavorando ed elaborando dati alla ricerca
di una soluzione. Avviene così per i computers: elaborano
dati e poi forniscono la soluzione. ma loro lavorano su programmi:
il mio cervello non ne aveva, mancava di notizie, di materiale,
di documenti, di una parte consistente dei libri sociali. Insomma,
mi ritrovavo con poco materiale e solo con la mia volontà
che, in quel rigirarmi nel letto, stava venendo meno. Presi
sonno alla prime luci dell’alba e mai il sonno fu così
determinante nelle mie decisioni perché sognai il nonno
di mia moglie, Giuseppe Marangelli.
“Scrivi la storia della nostra Società”
mi disse “ non ti preoccupare, se ne avrai bisogno ti
aiuterò io”
“Ma come farai?” gli chiesi incredulo, memore
della sua morte avvenuta trant’anni fa!
“Ti verrò in sogno” mi rispose
con un sorriso leggermente ironico “ e ti racconterò:
A noi nulla è impossibile, a condizione che tutto sia
finalizzato al bene. E tu, che vuoi scrivere di una benemerita
Società conversanese, meriti di essere aiutato!”
Questo sogno fu risolutivo: mi liberò
dall’indecisione. Al mattino comunicai il proposito di scrivere
la storia a mia moglie, la quale non fece altro che augurarmi
buon lavoro.
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