|
Qualche tempo fa mi ha ritenuto responsabile di un suo debito
e di un impegno preso con me, e pubblicò "C'era
una volta...", che ha riscosso tanto successo. Poi
mi ha imposto con garbo di scrivere una breve presentazione
a questo suo ultimo lavoro.
V'è da essere veramente onorati di così tanta
considerazione di Peppino Lovechio, antico amico e sodale fin
dai tempi dell' Università! Ed io, sapendo che solo
per questa antica amicizia e per null'altro mi capita di buttar
giù qualche breve considerazione su questo nuovo lavoro,
mi sono premunito e difeso dal facile rischio di cadere nella
piaggeria e nell'adulazione. Sicché, se affermo che
l'autore, esploso all'improvviso qualche anno fa con la pubblicazione
del volume "Conversano
e Dintorni" ( ma già prima si
era rivelato ottimo ricercatore in saggi su temi specifici
del commercio, e fra i tanti ricorderò il libro "Noi
Confcommercio" ) ha confermato in seguito
notevoli doti di cronista curioso e profondo, attento ai particolari
colti nei viaggi e nelle peregrinazioni per il mondo e abile
nel collegarli alle vicende e ai fatti di Conversano e delle
sua gente, con questo lavoro dispiega la sua capacità
di penetrazione psicologica e umana delle sue creature fantastiche,
che fanno da contrappunto agli episodi salienti della nostra
vita cittadina. Viene facile da domandarsi in quale tipo
di genere possa inquadrarsi questo lavoro: se nel tipo
del racconto inchiesta che, dalle ramificazioni ottocentesche
giunge fino a Sciascia, o non piuttosto nel genere fantastico,
che da Luciano di Samosata, o prima ancora da Aristofane, giunge
fino a Verne e agli odierni narratori fantascientifici della
realtà virtuale. Ogni analogia, si sa, è pericolosa
e le manie classificatorie sono appunto manie.
Meglio lasciar perdere e considerare l'opera di Peppino
Lovecchio originale perchè scaturisce dal suo bisogno
intimo di raccontare per ricodare e di ricordare per costruire
con le immagini del futuro il sogno della sua città
ideale , della sua Conversano del terzo millenio.
Tutto, con la sua semplice arte di uno stile piano, scorrevole,
di una parola che dialoga con il suo stesso candore letterario
e di un gioco di interfaccia tra realtà e fantasia che
gli permette di narrare storie paradossali, che sono vere proprio
perché non lo sono mai state.
Altro non so e non voglio dire per lasciare al lettore il
gusto di scoprire da sé la natura polifonica, atipica
e ambigua, tra narrazione e storiografia, tra riflessione umana
e istuzionalee sociale di questi racconti di Lovecchio,
preso d'amore per il suo paese e la sua gente, altra piccola
gemma che si aggiunge alle sue altre sue e a quelle dei tanti,
giovani e meno giovani, autori conversanesi, che stanno segnando
questa feconda stagione culturale.
|