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GIUSEPPE LOVECCHIO

I BIANCHI DESTRIERI DEL GUERCIO

I BIANCHI DESTRIERI DEL GUERCIO

( tra fantasia e realtà )



PREFAZIONE DI GIULIO GIGANTE

Qualche tempo fa mi ha ritenuto responsabile di un suo debito e di un impegno preso con me, e pubblicò "C'era una volta...", che ha riscosso tanto successo.
Poi mi ha imposto con garbo di scrivere una breve presentazione a questo suo ultimo lavoro.

V'è da essere veramente onorati di così tanta considerazione di Peppino Lovechio, antico amico e sodale fin dai tempi dell' Università!
Ed io, sapendo che solo per questa antica amicizia e per null'altro mi capita di buttar giù qualche breve considerazione su questo nuovo lavoro, mi sono premunito e difeso dal facile rischio di cadere nella piaggeria e nell'adulazione.
Sicché, se affermo che l'autore, esploso all'improvviso qualche anno fa con la pubblicazione del volume "Conversano e Dintorni"  ( ma già prima si era rivelato ottimo ricercatore in saggi su temi specifici del commercio, e fra i tanti ricorderò il libro "Noi Confcommercio" ) ha confermato in seguito notevoli doti di cronista curioso e profondo, attento ai particolari colti nei viaggi e nelle peregrinazioni per il mondo e abile nel collegarli alle vicende e ai fatti di Conversano e delle sua gente, con questo lavoro dispiega la sua capacità di penetrazione psicologica e umana delle sue creature fantastiche, che fanno da contrappunto agli episodi salienti della nostra vita cittadina.
Viene facile da domandarsi in quale tipo di genere possa inquadrarsi questo lavoro: se nel tipo del racconto inchiesta che, dalle ramificazioni ottocentesche giunge fino a Sciascia, o non piuttosto nel genere fantastico, che da Luciano di Samosata, o prima ancora da Aristofane, giunge fino a Verne e agli odierni narratori fantascientifici della realtà virtuale.
Ogni analogia, si sa, è pericolosa e le manie classificatorie sono appunto manie.

Meglio lasciar perdere e considerare l'opera di Peppino Lovecchio originale perchè scaturisce dal suo bisogno intimo di raccontare per ricodare e di ricordare per costruire con le immagini del futuro il sogno della sua città ideale , della sua Conversano del terzo millenio.

Tutto, con la sua semplice arte di uno stile piano, scorrevole, di una parola che dialoga con il suo stesso candore letterario e di un gioco di interfaccia tra realtà e fantasia che gli permette di narrare storie paradossali, che sono vere proprio perché non lo sono mai state.

Altro non so e non voglio dire per lasciare al lettore il gusto di scoprire da sé la natura polifonica, atipica e ambigua, tra narrazione e storiografia, tra riflessione umana e istuzionalee sociale di questi racconti di Lovecchio, preso d'amore per il suo paese e la sua gente, altra piccola gemma che si aggiunge alle sue altre sue e a quelle dei tanti, giovani e meno giovani, autori conversanesi, che stanno segnando questa feconda stagione culturale.

 

Giulio Gigante

 

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