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Nota storica introduttiva
Luigi Farace, bottegaio, come
lo definirono alcune frange della sinistra barese, nel 1978
irrompe sulla scena politica ed amministrativa diventando Sindaco
di Bari. I politici di profesione furono costretti a
cedere il passo ad un uomo che non possedeva proprietà
immobiliari, nè aveva interessi personali da difendere.
Era mosso unicamente dall' ambizione di servire la propria
città.
PREFAZIONE
... Ritengo qui opportune alcune brevi
notazioni sul carattere dell' uomo. E' certo che ha cancellato
dal suo linguaggio la parola grazie e francamente non
so trovare, fra i tanti ricordi, un momento in cui l'abbia
pronunciata.
Ha un temperamento ferrigno, che rasenta la cocciutaggine,
aristocratico, elitario, per nulla diplomatico. Con il suo
sorriso acidulo incontra difficoltà ad attirarsi simpatie.
A volte ci prova gusto a riuscire sgradito, ma soltanto nella
cerchia di amici e collaboratori, perchè nei rapporti
esterni, in quelli cioè con i rappresentanti di enti
e istituzioni, è di una giovialità e di una simpatia
tipica del menager.
Quando lo conobbi e cominciammo a frequentarci, alcuni suoi
avversari mi misero in guardia:"In casa comanda lui"
mi dicevano, "è un principe"aggiungevano altri,
"fai attenzione perchè in Federazione prevarrà
questa sua predisposizione al comando e al potere assoluto".
Io non me ne sono mai dato pensiero. "Se sarà presidente
è chiaro che comanderà lui" rispondevo a
tutti.
Alla prova dei fatti mi resi conto che non erano del tutto
sbagliati i giudizi su di lui. ma di fronte all'impegno che
profondeva, all' entusiasmo con cui accompagnava ogni iniziativa
e che trasmetteva agli altri, al senso quasi religioso con
cui affrontava il lavoro, in qualsiasi campo ( Federazione,
Cassa Mutua Commercianti, Sindaco, Presidente Camera di Commercio,
Parlamento, Segretario politico della DC, etc...), i suoi limiti
umani, comuni credo a tutti gli uomini, passavano in secondo
piano...
Avrebbe potuto conquistare la presidenza nazionale della
Confcommercio, che assunse in quanto vice presidente vicario
alla morte del dotto. Giuseppe Orlando. Non aveva, in quel
momento avversari, né c’erano concorrenti che potevano
sbarrargli la conquista dell’ambita poltrona. Invece attese
che l’Associazione dei Commercianti di Milano, la più
importante d’Italia, indicasse un suo candidato per mettersi
da parte e rientrare nel ruolo di numero due.
Negli anni successivi, pur essendosi ripresentata
la concreta possibilità di conquistare quella presidenza
non si prestò, ai complotti che si tenevano , nel palazzo
romano di piazza Belli, contro il presidente in carica
segnando con quell’atto di onestà intellettuale e morale,
l’inizio della sua fine di nazionale.
Per Farace la lealtà ed amicizia erano valori
indissolubili ed inviolabili cui si è sempre ispirato
nei rapporti personali. Ed è rimasto fedele a tali valori,
come hanno dimostrato le vicende relative sia ai burrascosi
rapporti con il nuovo gruppo dirigente della Confcommercio
nazionale sia a quelli altrettanto burrascosi che si instaurarono
con alcuni dirigenti baresi, nel momento in cui Farace non
rivestiva più alcun incarico.
Certo si possono addebitargli alcuni errori commessi
nella gestione dei rapporti sia interpersonali sia sindacali
ma, lo ha sempre sorretto la segreta speranza di un ravvedimento
da parte di chi rivoltandosi contro ha favorito la disgregazione
di un organismo associativo, ritenuto a buon diritto, fra i
più prestigiosi d’Italia.
Così purtroppo non è stato! ...
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