Giuseppe Lovecchio

 

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 GIUSEPPE LOVECCHIO

UNA COMUNITA' IN CAMMINO

UNA COMUNITA' IN CAMMINO

Uniongrafica Corcelli - BARI

In copertina - la Parrocchia Maris Stella
Realizzazione Grafica di Mauro Castellani



PRESENTAZIONE di Pasquale Locaputo

L’espansione urbanistica, a cominciare già dai primi anni Cinquanta in tutta Italia e, quindi anche nei nostri centri meridionali, si è sviluppata sempre in maniera tumultuosa, disordinata ed incontrollata.

La nostra Conversano non poteva rimanerne fuori: coinvolta infatti nel fenomeno, assistette impotente ad un’espansione capricciosa, “a macchia d’olio” e in tutte le direzioni, perfino verso l’alto con almeno quattro palazzoni di cinque piani (uno addirittura di sette), che svettano ancor oggi nel prolisso panorama urbano a vergognosa testimonianza di un’epoca e di un gruppo dirigente povero di cultura e di valori di riferimento. Erano gli anni in  cui l’unica legge era quella di “mercato”, alla mercè di un gruppo di affaristi arruffoni ed ingordi.

   Le conseguenze più gravi, anche a voler prescindere dalla irreversibile compromissione ambientale, vanno registrate a livello sociale, con il proliferare di periferie alquanto squallide, destinate al rapido degrado, con famiglie stipate in contenitori anonimi ed informi, con strade troppo strette, cha a stento riescono a rubare preziosi centimetri di spazio allo sfruttamento privato, perpetuando impianti viari e urbanistici di oltre un secolo fa. I rari nessi stradali degni di questo nome  (capaci, cioè di assicurare a che vi abita non slo una decorosa distanza dalla finestra del dirimpettaio, ma soprattutto il collegamento con gli altri nodi urbanistici) sono solo delle eccezioni affidate alla casualità più che a scelte consapevoli e razionali.

    Il disagio si fa acuto soprattutto  nell’ambito dei servizi: scarsissimo verde pubblico, pressochè assenti gli spazi e le strutture idonee a soddisfare le spinte alla socializzazione, il bisogno, così autenticamente umano, di trovarsi, di incontrarsi, di conoscersi. Con una superficie urbanizzata più che quadruplicata, rimanevano agibili gli stessi servizi, della prima metà del secolo: dalle farmacie ai tabaccai, dai bar ai circoli ricreativi, dai cinema alle piazze. I luoghi d’incontro, Villa Garibaldi, Largo di Corte, Piazza XX Settembre, erano invariabilmente quelli realizzati nel secolo scorso, senza che nei discorsi ufficiali, nei comizi elettorali, nelle attività politico-amministrativa apparisse traccia di qualsiasi proposito di decentramento dei servizi, di pianificazione o, comunque, di inversione di tendenza: poche e poco convincenti le voci discordi, scarse ed incerte le alternative propugnate dall’opinione pubblica, che sembrava invece distratta ed inerte, comunque immatura ed insensibile nei riguardi di queste problematiche.
Solo la Chiesa, senza alzare polveroni, rivelò sensibilità e saggia lungimiranza. La sua vocazione pastorale vedeva con crescente preoccupazione il disordinato proliferare degli insediamenti abitativi, intuiva il crescente disagio della popolazione che, nella corsa alla “casa nuova”, vedeva inappagate le sue attese e le sue esigenze. La Chiesa, inoltre, si rendeva conto con lodevole lucidità che il fenomeno si muoveva verso esiti e prospettive, neppure molto remote, di degrado sociale e civile, prima ancora che religioso, di difficile recupero se abbandonata a se stesso. Il moltiplicarsi febbrile di disordinate periferie, inoltre, mentre metteva in crisi le preesistenti strutture ecclesiali, rimaste anch’esse ancorate alla dimensione urbana prebellica, minacciava d’altro canto di escludere nel futuro le possibilità di reperire spazi idonei al decentramento e alla dislocazione di nuovi punti culturali. Di fronte a queste prospettive, la Chiesa seppe muoversi con tempestività. Già nei primi anni Settanta, per iniziativa di don Vitantonio Laporta, il vescovo mons. Gregorio Falconieri operava fattivamente per dotare di una nuova chiesa la zona in cui più rapido appariva lo sviluppo urbanistico.
Ma non fu un’operazione né rapida ne agevole. Erano proprio quelli gli anni in cui i pubblici poteri non ebbero remore ad abbattere la chiesetta rurale di S.Antonio Abate, la quale anche a voler prescindere dal suo indubbio valore storico-religioso, aveva pur dato nome (l’attuale via Monopoli) e, da tempo immemore, aveva ispirato una popolare festa rurale (momento caretteristico: il falò e l’albero della cuccagna) che ultimamente si è cercato di ripristinare. Quasi a sanare questa ferita storica, culturale e religiosa, nella stessa zona si volle erigere una nuova Chiesa, che fu intitolata al Sacro Cuore, presto divenuta sede parrocchiale (25 giugno 1965).

      Mentre intanto la nuova Chiesa era ancora in costruzione, l’urbanizzazione le si serrava tutta intorno con il consueto disordine e con un’insaziabile voracità di spazi: chi ne volesse avere un saggio, può avventurarsi per le impervie e strette vie del quartiere, sempre che riesca a venire a capo di strade che, senza alcuna apparente ragione, procedono a zig-zag o si interrompono, strozzate da abitazioni messe di traverso.

     Qualche anno più tardi, quando si volle costruire una nuova Chiesa in altro quartiere, ci si dovette spingere ai margini estremi dell’abitato: sorse così ricalcando lo stesso faticoso e contrastato iter, la Chiesa e la parrocchia della Maris Stella, alla cui vicenda ventennale è dedicata la presente pubblicazione, curata dall’infaticabile penna dell’avv. Giuseppe Lovecchio.

    Ho sempre ammirato la curiosità intellettuale di Peppino Lovecchio, una preziosa dote che gli permette di interessarsi a quanto accede intorno e di ricercare le motivazioni remote, gli antefatti che aiutano a capire e valutare il presente e magari ad amarlo. Se poi questa attitudine naturale, coltivata ed affinata negli anni, è posta al servizio di uno sconfinato amore per la propria città, avremo chiare le motivazioni interiori da cui sono scaturiti pregevoli scritti sul passato e sul presente di Conversano, sulle sue vicende anche quotidiane e minute, sui personaggi che in un modo o nell’altro si propongono alla memoria dei posteri, su alcune istituzioni locali che hanno promosso o comunque giovato allo sviluppo e al progresso della comunità cittadina.

 

Pasquale Locaputo

 

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