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L’espansione urbanistica, a cominciare già dai primi
anni Cinquanta in tutta Italia e, quindi anche nei nostri centri
meridionali, si è sviluppata sempre in maniera tumultuosa,
disordinata ed incontrollata.
La nostra Conversano non poteva rimanerne fuori: coinvolta
infatti nel fenomeno, assistette impotente ad un’espansione
capricciosa, “a macchia d’olio” e in tutte le direzioni, perfino
verso l’alto con almeno quattro palazzoni di cinque piani (uno
addirittura di sette), che svettano ancor oggi nel prolisso
panorama urbano a vergognosa testimonianza di un’epoca e di
un gruppo dirigente povero di cultura e di valori di riferimento.
Erano gli anni in cui l’unica legge era quella di “mercato”,
alla mercè di un gruppo di affaristi arruffoni ed ingordi.
Le conseguenze più gravi, anche
a voler prescindere dalla irreversibile compromissione ambientale,
vanno registrate a livello sociale, con il proliferare di periferie
alquanto squallide, destinate al rapido degrado, con famiglie
stipate in contenitori anonimi ed informi, con strade troppo
strette, cha a stento riescono a rubare preziosi centimetri
di spazio allo sfruttamento privato, perpetuando impianti viari
e urbanistici di oltre un secolo fa. I rari nessi stradali
degni di questo nome (capaci, cioè di assicurare
a che vi abita non slo una decorosa distanza dalla finestra
del dirimpettaio, ma soprattutto il collegamento con gli altri
nodi urbanistici) sono solo delle eccezioni affidate alla casualità
più che a scelte consapevoli e razionali.
Il disagio si fa acuto soprattutto
nell’ambito dei servizi: scarsissimo verde pubblico,
pressochè assenti gli spazi e le strutture idonee a
soddisfare le spinte alla socializzazione, il bisogno, così
autenticamente umano, di trovarsi, di incontrarsi, di conoscersi.
Con una superficie urbanizzata più che quadruplicata,
rimanevano agibili gli stessi servizi, della prima metà
del secolo: dalle farmacie ai tabaccai, dai bar ai circoli
ricreativi, dai cinema alle piazze. I luoghi d’incontro, Villa
Garibaldi, Largo di Corte, Piazza XX Settembre, erano invariabilmente
quelli realizzati nel secolo scorso, senza che nei discorsi
ufficiali, nei comizi elettorali, nelle attività politico-amministrativa
apparisse traccia di qualsiasi proposito di decentramento dei
servizi, di pianificazione o, comunque, di inversione di tendenza:
poche e poco convincenti le voci discordi, scarse ed incerte
le alternative propugnate dall’opinione pubblica, che sembrava
invece distratta ed inerte, comunque immatura ed insensibile
nei riguardi di queste problematiche. Solo la Chiesa, senza
alzare polveroni, rivelò sensibilità e saggia
lungimiranza. La sua vocazione pastorale vedeva con crescente
preoccupazione il disordinato proliferare degli insediamenti
abitativi, intuiva il crescente disagio della popolazione che,
nella corsa alla “casa nuova”, vedeva inappagate le sue attese
e le sue esigenze. La Chiesa, inoltre, si rendeva conto con
lodevole lucidità che il fenomeno si muoveva verso esiti
e prospettive, neppure molto remote, di degrado sociale e civile,
prima ancora che religioso, di difficile recupero se abbandonata
a se stesso. Il moltiplicarsi febbrile di disordinate periferie,
inoltre, mentre metteva in crisi le preesistenti strutture
ecclesiali, rimaste anch’esse ancorate alla dimensione urbana
prebellica, minacciava d’altro canto di escludere nel futuro
le possibilità di reperire spazi idonei al decentramento
e alla dislocazione di nuovi punti culturali. Di fronte a queste
prospettive, la Chiesa seppe muoversi con tempestività.
Già nei primi anni Settanta, per iniziativa di don Vitantonio
Laporta, il vescovo mons. Gregorio Falconieri operava fattivamente
per dotare di una nuova chiesa la zona in cui più rapido
appariva lo sviluppo urbanistico. Ma non fu un’operazione
né rapida ne agevole. Erano proprio quelli gli anni
in cui i pubblici poteri non ebbero remore ad abbattere la
chiesetta rurale di S.Antonio Abate, la quale anche a voler
prescindere dal suo indubbio valore storico-religioso, aveva
pur dato nome (l’attuale via Monopoli) e, da tempo immemore,
aveva ispirato una popolare festa rurale (momento caretteristico:
il falò e l’albero della cuccagna) che ultimamente si
è cercato di ripristinare. Quasi a sanare questa ferita
storica, culturale e religiosa, nella stessa zona si volle
erigere una nuova Chiesa, che fu intitolata al Sacro Cuore,
presto divenuta sede parrocchiale (25 giugno 1965).
Mentre intanto la nuova
Chiesa era ancora in costruzione, l’urbanizzazione le si serrava
tutta intorno con il consueto disordine e con un’insaziabile
voracità di spazi: chi ne volesse avere un saggio, può
avventurarsi per le impervie e strette vie del quartiere, sempre
che riesca a venire a capo di strade che, senza alcuna apparente
ragione, procedono a zig-zag o si interrompono, strozzate da
abitazioni messe di traverso.
Qualche anno più tardi,
quando si volle costruire una nuova Chiesa in altro quartiere,
ci si dovette spingere ai margini estremi dell’abitato: sorse
così ricalcando lo stesso faticoso e contrastato iter,
la Chiesa e la parrocchia della Maris Stella, alla cui vicenda
ventennale è dedicata la presente pubblicazione, curata
dall’infaticabile penna dell’avv. Giuseppe Lovecchio.
Ho sempre ammirato la curiosità
intellettuale di Peppino Lovecchio, una preziosa dote che gli
permette di interessarsi a quanto accede intorno e di ricercare
le motivazioni remote, gli antefatti che aiutano a capire e
valutare il presente e magari ad amarlo. Se poi questa attitudine
naturale, coltivata ed affinata negli anni, è posta
al servizio di uno sconfinato amore per la propria città,
avremo chiare le motivazioni interiori da cui sono scaturiti
pregevoli scritti sul passato e sul presente di Conversano,
sulle sue vicende anche quotidiane e minute, sui personaggi
che in un modo o nell’altro si propongono alla memoria dei
posteri, su alcune istituzioni locali che hanno promosso o
comunque giovato allo sviluppo e al progresso della comunità
cittadina.
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